sgrumpf

Da quando vado a scuola e sono (o dovrei essere) entrato nell'età della ragione, il periodo del rientro dalle vacanze costituisce per me un momento di isolamento durante il quale provo a fissare le idee e i pensieri che sono sorti durante l'estate.
Normalmente è una fase che dura qualche giorno, al massimo qualche settimana, dopodichè tutto torna a girare come sempre.
Forse perchè, nella realtà, solitamente le cose non vanno così male come pensavo, forse perchè mi vanno ancora bene così e in fin dei conti i grandi cambiamenti non sono così necessari.
Per la prima volta da anni questo senso di estraneità al mio mondo 'lavorativo' non mi abbandona. Per la prima volta dopo anni continuo a faticare ad alzarmi al mattino e a far partire la giornata.
E' una sensazione davvero spiacevole e che 'cozza' con tutto ciò che vorrei per me e per la mia vita, soprattutto quella lavorativa.
Tutto mi va stretto, tutto mi sta scomodo, tutto è nero e nulla evolve.
Più mi soffermo ad osservare certe situazioni e più mi domando come sia possibile accettarle.
E' vero, il lavoro non è tutto. Su questo posso anche concordare; a volte però ci si dimentica di quanto sia difficile averne uno, fisso, ben retribuito, in una azienda che ti lascia libertà di movimento, che ti dà spazio, che ti offre mille e più comodità. Ci si dimentica di tutto questo e dall'alto del nostro egoismo riusciamo a pensare che molte cose ci sono dovute, che lavorare sodo per otto ore non sia un dovere e che, anzi, non possiamo godere dei nostri diritti.
Forse mi si dirà che è dappertutto così. Beh, io trovo che non dovrebbe essere così da nessuna parte.
Spesso mi viene fatto notare, soprattutto quando sono particolamente polemico e particolarmente 'estremista' nelle mie esternazioni, che nel passato ci sono state lotte che hanno portato a grandi risultati di cui ancora oggi possiamo godere.
Noto che molte delle cose ottenute in realtà le stiamo anche perdendo; e noto che quello che perdiamo lo perdiamo anche e soprattutto per colpa nostra, per la nostra incapacità di osservare e dare un valore reale alle 'nostre fortune' e per il forte individualismo che, almeno nella realtà in cui io vivo, osservo ogni giorno.
Politicamente mi ritengo un emerito ignorante incapace di distinguere la destra dalla sinistra nonostante (o forse per via) degli anni (non) spesi sui libri a cercare di capire qualcosa di economia, di politica e di sociologia. Molti, invece, associano questo pensiero ad una ideologia.
Trovo tuttavia che non sia una questione politica quanto di senso di responsabilità sociale e penso che, stando bene ad osservare, la stragrande maggioranza di noi faccia finta di nulla e vada avanti per la sua strada e consideri solo quello che più gli fa comodo alla faccia della 'bandiera' e della tendenza politica più o meno accentuata.
Insomma il senso di disorientamento non accenna a diminuire.
Anzi cresce e viene coltivato ogni giorno di più dalla saturazione per alcune piccole cose che mi viene sempre più difficile sopportare.
Si dice che entro i 40 anni gli 'uomini', inteso come persone di sesso maschile in età adulta, sentano la necessità di dare una svolta alla loro vita. Possibile.
Forse il fatto di aver visto fermarsi tutto per un periodo molto lungo ha influito.
Forse il fatto di avere la tendenza a recriminare sul passato piuttosto che a guardare il futuro sta amplificando questa 'spiacevole' sensazione.
Forse tutte queste cose unite al mio 'senso critico' quando mi guardo intorno (si ho la cattiva abitudine di guardarmi intorno per cercare di posizionarmi in un 'target', la vogliamo chiamare 'benchmarking' di sé stessi? chiamamola pure così) peggiorano ulteriormente la situazione.
Il risultato che oggi mi sento nonostante tutto fermo al palo. Sento crescere le energie che non spendo e mi sembra di passare spesso le giornate a fare nulla oppure a vagare incessantemente in cerca di qualcosa che non trovo. Una sorta di disordine mentale che non trova un ordine e nemmeno una logica che possa portare, a breve, ad una razionalizzazione.
A dire il vero questi pensieri sono una parte di me. Guardandomi da fuori potrei pensare di essere un pazzo paranoico.
Di certo è necessario trovare una strada, una soluzione, ovvero una soluzione che permetta un'evoluzione per piccoli passi.
E così percorro questo cammino in cui il mio neurone che non mi abbandona quasi mai, l'unico invero, si agita e gira, gira all'impazzata e si affanna nel tentativo di darmi delle risposte. Mi piace pensare che questo sia uno stimolo al miglioramento, pensare che sia un metodo per fissare degli obiettivi nuovi, per credere di essere vivo.
Alla fine sarà proprio così o sono davvero un pazzo furioso?

proprio ieri scrivevo ad un amico...
RispondiElimina(...)stamane ho fatto ancora una volta una faticaccia per alzarmi: il cielo è buio alle 7, più buio che a milano dove avete un vantaggio di quasi venti minuti di luce. il pensiero di alzarmi per venire in laboratorio non aiuta. doccia, té e biscottini e poi fuori al freddo, anche se stamane alle 8 avevamo ben 12.5°C, che è quasi un record. mi conforto pensando al calduccio del tram, al libro che leggo durante il viaggio, al podcast che mi sono scaricata la sera prima. in un'ora sono in lab e la giornata comincia, tra grandi sforzi e violenze auto-inflitte.
leggo di premi nobel, ritrovo ex-colleghi divenuti ricercatori se non professori, scopro che uno dei miei ex-capi ha fondato una biotech e mi chiedo perché non solo io ho fallito in tutto, ma non ho nemmeno mai avuto quella voglia di fare il mio lavoro che tutti sembrano avere. perché non sono stata capace di accettare i compromessi? perché non sono stata in grado di ingoiare i giochi sporchi? perché ho sempre creduto - invano, mi dico a questo punto - fosse possibile lavorare con chiarezza e senza dovere fare lo sgambetto al prossimo? perché per potere *riuscire* si deve rinunciare ad uno stomaco intatto, ad una vita senza sonni tranquilli né emicranie? mi chiedo se l'aliena sono io, che vorrei avere un lavoro responsabile ma tranquillo: nove ore e poi a casa ad occuparmi d'altro: della mia famiglia, della *vita*, quella vera.
ma il lavoro non dovrebbe essere un mezzo per sostentarsi?
oppure è la vita che serve per sostentare il lavoro?
e perché ad ogni giro di vite mi ritrovo a chiedermi il perché dello stato delle cose e perché concludo sempre che sono io ad avere fallito?
obiettivamente però, mi rendo conto che in fin dei conti è una questione di punti di vista: il bicchiere può essere mezzo vuoto ma anche mezzo pieno. forse sono solo i miei momenti bui, che si alternano alla luce dell'entusiasmo, che mi fanno credere di essere un fallimento. o forse è solo che ci si aspetta che la vita ci sorprenda. i primi anni di università ero convinta che un giorno avrei comprato mari e monti ai miei genitori, mentre ora riesco a malapena a mantenere me stessa. dispiace ammetterlo, ma la vita *in sé* è un fallimento, se la si compara con ciò che si era immaginato.
pensieri cupi mi ritrovo a scrivere, anche se non sono particolarmente depressa.
questa città mi annoia e io mi sento vuota, solo vuota.
ho perso il bambino in cui avevo riposto il mio fine. e ciò che è rimasto è il -vuoto-
è tempo di svolte, di un altro giro di vite.
di terminare il progetto, di chiudere un capitolo.
cercare un altro posto dove fare la nuova tana, perché la mestizia ha trovato quella attuale.
mi chiedo: troverò un giorno quel che cerco? ma soprattutto, capirò cosa sto cercando?
o forse no, forse è solo cercando che si vive. e si vive cercando.
e non so neppure perché scrivo a te queste mie riflessioni. forse perché ti ho sempre visto immune da questo scavarsi dentro. come un punto fermo, come il polo della terra che gira.
buona giornata, torno a capire, a leggere ed anche a sognare di essere altrove (...)
un post sbrodoloso, ma forse ci ti ritrovi, come io mi ritrovo nel tuo
ciao ciccett', ciao ste...
RispondiEliminale vostre riflessioni mi spingono a recuperare alcune mie riflessioni di quando ho lasciato un monolocale a milano e un tempo indeterminato in una grande multinazionale per tornare in campagna, con un contratto a progetto in una azienda di 7 persone.
E' stata la scelta più azzeccata che potessi fare.
Anche io mi ero messa a riflettere sul "riuscire" nella vita, sulla "carriera professionale", stavo riflettendo usando concetti non miei ma della MASSA. Mi stavo uniformando a quel mondo.
Io non penso esista un fallimento "oggettivo": io penso che tutto dipenda dai propri obiettivi.
che vorrà dire poi davvero "riuscire"? chi lo dice quando uno è "riuscito"? penso che io sono "riuscita" quando centro il mio obiettivo.
se l'obiettivo è "diventare top manager di una megaditta", bhè, allora forse sto sbagliando strada, ma se invece il mio obiettivo è "vivere la vera vita, con le cose che contano" bhè, allora mi accorgo che la strada è proprio quella giusta. E non c'è nessuna gara, nessuna competizione, nessun senso di "fallimento" rispetto agli altri perchè stiamo concorrendo per obiettivi diversi e ognuno sta centrando il suo. che sia meglio l'uno o l'altro, bhè, non sta a noi giudicare... però se abbiamo fatto una scelta vuol dire che in fondo in fondo per noi è quella giusta ;)
in bocca al lupo per tutto a tutti... e ricercate sempre i VOSTRI obiettivi, non quelli degli altri...